Oligarchi in Italia?

Le nuove tendenze alimentari

Di Alessandro Trossero

La tendenza ai consumi low cost si sta diffondendo velocemente anche in Italia, accentuando la diffusione di marche da primo prezzo, fortificando notevolmente le private labels e facendo naufragare i piccoli medi produttori.
Questo articolo non è frutto di una sconsolata vacanza in una dacia nel Mar Nero, ma di una riflessione preoccupata sul rapporto di forza fra i piccoli medi produttori agroalimentari e la grande distribuzione organizzata.

Saltati da tempo i vecchi schemi di identificazione sul target group, le persone compiono scelte di acquisto sempre meno prevedibili, ma sempre più macro-orientate. Conseguentemente, mentre viaggiano con il vento in poppa prodotti focalizzati sul “primo prezzo” e le “private labels” e mentre navigano senza affondare le marche note, vanno alla deriva e a volte naufragano invece i piccoli medi produttori che non beneficiano né di un marchio noto né di un prezzo ottimizzato dalla organizzazione industriale e logistica.

Questo scenario configura di fatto l’attuarsi di una oligarchia alimentare che rischia di tagliare fuori completamente una fascia di medi e piccoli produttori molto attenti alla qualità, ma purtroppo molto meno attenti nel dotare i prodotti e il marchio, di un valore intangibile percepibile.

E’ naturale che, in questo scenario, aumentino le tentazioni di terzismo estremo e decresca la voglia di fare impresa di marca.
Non si tratta di una scelta ideologica, ma è bene rammentare che la produzione conto terzi è molto pericolosa se affrontata con logiche integraliste che non lasciano spazio ad avventure marketing oriented riferite a prodotti o marchi propri.

Esibire sullo scaffale propri marchi e non solo merci è maggiormente tutelante perché crea un legame diretto con i consumatori.
Vedere i propri prodotti preferiti per la qualità, anche se non sono posizionati in fascia di prezzo bassa o bassissima, non costituisce solo un orgoglio imprenditoriale, ma una testimonianza oggettiva del sapere fare, sapere comunicare e sapere vendere cose buone.

oligarchia-in-italiaCerto è difficile il gioco di equilibrio fra prezzo al pubblico e qualità, ma ci si può attrezzare meglio e affrontare il tema della competitività con meno fatalismo. In una economia di mercato, perfettamente governato da una oligarchia commerciale, troppi piccoli e medi produttori capaci di sapere fare, comunicare e vendere, risultano scomodi e ingombranti perché minano alla base il concetto stesso di oligarchia.

Ma all’interno del mondo della grande distribuzione organizzata italiana, non stiamo parlando di quante quote di mercato possono occupare le marche meno note, bensì di quanto le stesse possano ancora sopravvivere se non accelerano processi di innovazione di prodotto, di marketing e di comunicazione.

D’altronde, rimanendo in tema alimentare, non si può vincere oggi con le ricette di ieri, né si può affidare ad un blando restyling del logo o del packaging, il futuro strategico dell’impresa. Lo scenario è limpido: prevalgono le marche forti di un valore intangibile costruito negli anni d’oro della comunicazione pubblicitaria o in alternativa netta le scelte low cost-high value fra le quali spiccano le private labels.

Quindi che si fa? Consegniamo armi, vessilli e bandiere agli oligarchi nell’ottica della resa senza condizioni o ci attrezziamo per dare battaglia con l’obiettivo di giungere ad un accordo onorevole con il mercato e le sue ineluttabili e spietate regole?

L’indifferenza, le mancate sinergie e il mimetismo toglieranno ulteriore visibilità e parola ai piccoli e medi produttori.
Ben vengano repliche orgogliose, accese, indignate, vive ..

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