Slow food On Film

LA METAFORA MANGIABILE DI PETER KUBELKA

di Giovanna Ori

Molto più che “noto performer”, o cineasta che dir si voglia, Peter Kubelka (Vienna 1934) nel corso della lezione tenuta al festival Slow food On Film (Bologna 6-10 maggio 2009), ha dato atto di grande generosità verso il suo pubblico, mostrando come nelle pratiche di preparazione, allestimento, consumo del cibo pulsino significati, concetti, atteggiamenti che possiamo ritrovare nelle arti e nelle scienze della nostra cultura (isomorfismo e metafora).

Il prezioso suggerimento di Kubelka è di osservare, non con la lente del “gastronomicismo” che punta ad accostamenti ideali ed ad eccellenze gustative, bensì con la lente dell’etnografo [precisiamo noi], che rintraccia nelle pratiche del fare cucina ( o non fare cucina), nei segni e nelle azioni (gestualità, utensili), il paradigma culturale ed epistemico di cui siamo parte.

peter-kubelka

Per Kubelka un piatto è una formulazione che ritrae una ben precisa visione del mondo, una cultura, un periodo artistico.

“Prendiamo per esempio il purée di patate. Hai delle patate bollite, e la purée si ottiene mischiando la patata con del latte, creando una nuova forma simile ad una nuvola. È leggera, la purée è leggera, quindi è il barocco, anch’essa ha inizio nel barocco, e nelle chiese barocche bavaresi abbiamo queste nuvole di stucco. È purée di patate: è il sentimento di aver lasciato la guerra dei Trent’anni e il Medio Evo, nella chiesa tutto risplende, i santi volano nella purée di patate”. (Cit. La metafora mangiabile: la cucina alle origini delle arti e delle scienze, da Catalogo Slow Food On Film, Cineteca di Bologna).

Attraverso la messa in scena di azioni concrete (conferenza-happening), Kubelka dimostra al suo pubblico che “la cucina è un medium comunicativo” che circoscrive una posizione precisa nel sistema delle culture.

Uno dei concetti dimostrati è che l’uomo in cucina “diventa Re”, poiché il fare cucina rende possibile la presa di potere e l’invenzione di entità nuove: metafora appunto, capacità di trasferimento di senso da un elemento all’altro creando figure che di per sé in natura non esistono.

Per esempio attraverso “Il ballo della maionese” il soggetto inventa qualcosa di nuovo, compiendo azioni pratiche ed epistemiche allo stesso tempo. Rompe il guscio, separa il tuorlo dall’albume, in altre parole fa un atto di giustizia “separando il bene dal male”; poi la ripetizione del gesto per battere la salsa, fa sì che nasca la “danza della cucina” e con essa anche la trasformazione (emotiva-passionale) del soggetto.

E ancora: il soggetto che pratica la cucina diventa “il Dio” e “La tavola il ritratto del Paradiso”. Di fatto “la salsiccia è un porco paradisiaco” poiché non contiene pelle, né ossa, né peli: ancora una volta il male è stato separato dal bene attraverso la procedura di divisione, cioè di analisi. E avanti così.

Ecco perché porre attenzione a ciò che comunemente mangiamo: semplicemente perché il cibo che noi cuciniamo, che combiniamo, che scegliamo e che disponiamo in tavola nutre l’organismo che partorirà le idee, le parole, la poetica che fa di noi quello che siamo.

L’arte, qualsiasi forma di creatività umana, fa sì che la metafora “mangiabile”, come la definisce Kubelka, abbia umanamente luogo: trasportare la cucina nel pensiero e combinare, combaciare la nostra poetica di vita come fosse cucina.

Il nutrimento come metafora della filosofia di vita che accompagna ognuno nel rapporto con la propria realtà sociale. Lasciamoci osservare mentre cuciniamo e da lì sapremo.

A voi lo spunto per un nuovo inizio su cui riflettere.

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